10 film di Max Ophuls: 4 – I gioielli di Madame De… (1953)

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Se si dovesse indicare un film che più di qualsiasi altro sintetizza e sublima la poetica, le tematiche e lo specifico filmico del cinema di Ophuls, forse anche lo spettatore meno addentro all’opera ophulsiana dovrebbe rivolgersi proprio a Madame De…, “il film più perfetto mai realizzato”, secondo il critico americano Andrew Sarris, venerato e amato alla follia da gente come François Truffaut, Stanley Kubrick, Martin Scorsese e Paul Thomas Anderson.

La messa in scena raffinatissima a dispetto di un plot che appare (almeno inizialmente) abbastanza prevedibile, la fatuità dei sentimenti, il disimpegno e la leggerezza dei rapporti interpersonali, l’attenzione spasmodica alla calligrafia e al décor manierista, i sensazionali movimenti di macchina, le inquadrature sbollate, l’edonismo dei personaggi: Ophuls costruisce una mise en abyme del milieu decadente della Belle Époque e dell’ottimismo positivistico dell’Europa fin de siècle, in un vertiginoso dépouillement di tutto il suo repertorio cinematografico che viene progressivamente spogliato da ogni significato/funzione precostituiti dalla vorticosa forza centripeta della sua macchina cinematografica, in una vera e propria reductio ad nihilum, che prova a rendere visibile il vuoto, il nulla che abita i suoi personaggi, la pura e semplice superficie che anima la mondanità europea dell’epoca.

Nella Parigi aristocratica di fine Ottocento, la contessa Louise (una meravigliosa Danielle Darrieux) vende di nascosto un paio di orecchini, dono di nozze del marito, generale dell’esercito francese (un glaciale Charles Boyer), facendogli credere di averli perduti. I preziosi gioielli, come un classico macguffin hitchcockiano (ma vengono in mente anche la purezza e il candore del Balthasar bressoniano), passano di mano in mano cambiando proprietario numerose volte fino ad arrivare in possesso del nobile italiano Fabrizio Donati, interpretato da Vittorio De Sica, che si innamora perdutamente di Louise. Il gentiluomo li regala alla donna come simbolo del suo amore, ma questo scatena inevitabilmente la gelosia del marito che sfida a duello il rivale.

Tratto dall’omonimo racconto di Louise De Vilmorin (1951), considerato dalla critica coeva (e forse anche da Ophuls) alla stregua di un romanzetto rosa d’appendice, una sorta di “vaudeville mondain” per la leggerezza e l’inconsistenza della trama e per il quasi inesistente lavoro di approfondimento psicologico dei personaggi, Madame De… è un film basato proprio sulla sottrazione, che è insieme fisica, la sparizione dei gioielli, e metafisica, la destrutturazione/messa alla berlina di una società che si è fatta sempre più evanescente e frivola e per la quale Ophuls nutre un contraddittorio sentimento di repulsione/attrazione. L’apologia della forma e dei significanti e l’esaltazione della forza centripeta della struttura diegetico/narrativa contribuiscono a mettere in scena l’ennesimo e irrefrenabile girotondo ophulsiano che però, rispetto al precedente La Ronde (1950), si è fatto talmente travolgente da diventare quasi invisibile, se non addirittura fantasmatico (Truffaut ricordava d’altra parte che l’idea originaria di Ophuls era quella di girare tutto il film nei riflessi degli specchi). E, nonostante l’apparenza iniziale da operetta frivola, con l’incipit in cui veniamo calati all’interno di una commedia sentimentale à la Lubitsch dove vengono consumati tradimenti e illusioni amorose, tra pizzi svolazzanti, cene eleganti e i sofisticati riti dell’aristocrazia, il film scivola inevitabilmente e inesorabilmente verso la tragedia.

A Ophuls interessano le liturgie sociali e sentimentali che animano la società dell’apparenza e del rito svuotato, in altri termini rendere visibile il vuoto della vita dei suoi protagonisti che, va da sé, corrisponde al vuoto di un’intera società ed ecco perché i due personaggi protagonisti del film non hanno (cog)nome, con il regista di Saarbrüchen che si diverte a inscenare la reticenza dichiarata sin dal titolo con una lunga serie di espedienti ironici: lo starnuto improvviso, il lapsus provvidenziale, l’autocensura preventiva, la ritrosia maliziosa. 

Ma a differenza della De Vilmorin che aveva optato anche per un’ambientazione neutrale e metastorica, Ophuls sceglie di circostanziare l’hic et nunc della narrazione e decide di optare per la Francia della Terza Repubblica, cosmopolita ed internazionalista ma anche pesantemente colonialista (nel film si ascoltano molte lingue), animata da relazioni diplomatiche e sfrenato dinamismo commerciale.

Maestro della composizione dinamica, vera e e propria incarnazione filmica dei flussi vitalistici bergsoniani, incapace di tenere ferma la mdp anche per un solo secondo, Ophuls dirige forse il film più meravigliosamente superficiale che sia mai stato concepito, nelle vertiginose spirali danzanti degli amanti, talmente spasmodiche e frenetiche da farle sembrare un unico infinito ballo, in cui presente e passato si fondono e finiscono per diventare un tragico tableau vivant da cui i personaggi non possono più uscire. 

È l’immagine-cristallo di cui parla Deleuze che spiega la dimensione circolare del film e l’insistenza, sottolineata da Truffaut, sull’uso degli specchi e dei riflessi. L’immagine ophulsiana è doppia per natura; in essa l’indiscernibilità tra attuale e virtuale, presente e passato, reale e immaginario non viene prodotta nella mente dello spettatore, ma è un vero e proprio carattere oggettivo dell’immagine, rimandando alla sovrapposizione/con-fusione dei ricordi e della memoria, al déjà-vu perpetuo in cui tutto ritorna e riemerge in continuazione.

Cinema scisso tra la bellezza, la grazia e la leggerezza che sono la celebrazione del femminile da una parte e, dall’altra, dalla forza prepotente, virile e rigorosissima della sua organizzazione cinematografica, unica e irripetibile; quella stessa formidabile capacità registica che ha fatto dire a un certo Stanley Kubrick che Max Ophuls fosse il regista che più ammirava ma anche quello che l’aveva maggiormente influenzato.

Voto: 10

Audrey vs Julie

Oscar 1965.
Uno contro l’altro, senza esclusione di colpi, si scontrano due modelli archetipali potentissimi (siamo dalle parti di Platone vs Aristotele – Leonardo vs Michelangelo – Rossellini vs Hitchcock).
Da una parte la 36enne Audrey Hepburn che aveva già un Oscar alle spalle, diva assoluta dello star system hollywoodiano che concorre con il capolavoro “My Fair Lady”, il musical vittoriano tratto da G. B. Shaw e diretto nientepopodimeno che da sua maestà George Cukor. La Hepburn quel film però non avrebbe dovuto farlo perché la parte di Eliza Doolittle spettava di diritto a Julie Andrews che quel musical aveva reso celebre a Broadway proprio accanto al protagonista del film, Rex Harrison che, infatti, inizialmente non ne voleva sapere di avallare la candidatura della Hepburn al posto della Andrews.
E cionondimeno, sebbene doppiata (a sua insaputa) nelle parti cantate, Audrey è semplicemente superba.

Dall’altra, ça va sans dire, la sconosciuta (almeno al grande pubblico) Julie Andrews, che grazie a una delle più clamorose ingiustizie della storia del cinema, per un’incredibile dinamica di eterogenesi dei fini, fu chiamata pochi mesi dopo da un certo Walt Disney per interpretare la protagonista del progetto a cui Disney e il regista Stevenson lavoravano da una vita: “Mary Poppins”.

L’aspetto più curioso è che “My Fair Lady” e “Mary Poppins” sono due film incredibilmente simili, sia per ambientazione (la Londra edoardiana) che per cifra stilistica, scenografica e di messa in scena.
Risultato: 8 Oscar a 5 per “My Fair Lady”, tra cui miglior film e miglior regia.
Ma l’Oscar per la migliore interprete femminile lo prende Julie Andrews.
Che nel discorso di ringraziamento si toglie il canonico sassolino dalla scarpa e, con sottile perfidia, non ringrazia Walt Disney ma Jack Warner, il produttore del film rivale.

10 film di Max Ophuls: 3 – Da Mayerling a Sarajevo (1940)

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Parafrasando Hegel si potrebbe sostenere che l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano dell’anarchico Gavrilo Princip sia uno di quei rari momenti in cui “la Storia gira sui suoi cardini” cambiando radicalmente la propria direzione di marcia: quell’omicidio innescò la barbarie della Prima Guerra Mondiale creando i presupposti per i trattati di Versailles e l’umiliazione della Germania, la contestuale ascesa del nazismo e lo scoppio della seconda guerra.

Per ironia della sorte, le riprese del film, girato in Francia per evidenti motivi (l’ebreo Ophuls aveva lasciato la Germania all’indomani dell’incendio del Reichstag), furono interrotte nel settembre del ’39 allo scoppio del secondo conflitto mondiale, per essere poi riprese nel febbraio del ’40. Il film sarà ovviamente vietato in Germania e presentato a Berlino soltanto dopo la fine della guerra.

I fatti sono notissimi ma giova ricordarli per entrare sin da subito nel cuore di tenebra di una tragedia che Ophuls traveste da melodramma. Nel 1889, a Mayerling, un paesino della Bassa Austria, Rodolfo d’Asburgo-Lorena, figlio di Francesco Giuseppe ed erede al trono dell’impero austro-ungarico, si suicida insieme alla sua amante, la baronessina diciassettenne Maria Vetsera. L’arciduca Francesco Ferdinando d’Este, nipote dell’imperatore, subentra a Rodolfo nella linea di discendenza regale. Il nobile, giovane dalle idee progressiste (il liberale Francesco parla esplicitamente degli “Stati Uniti d’Austria”) e per questo decisamente inviso alla corte, viene allontanato da Vienna con il pretesto di un incarico che prevedeva l’ispezione delle principali caserme dell’impero. Nel corso del viaggio l’arciduca si innamora della contessina Sophie Chotek (interpretata da una splendida Edwige Feuillère), un’aristocratica ceca dell’allora Regno di Boemia. La famiglia reale ripiomba nell’incubo a pochi anni di distanza dai terribili fatti di Mayerling: a Sophie viene concesso soltanto di essere moglie morganatica poiché di rango inferiore, né lei né i suoi figli possono ambire ai titoli o all’eredità dell’arciduca diventato erede al trono dell’impero austroungarico. Il film si conclude,  ça va sans dire, con il viaggio della coppia reale a Sarajevo con l’esito infausto che tutti conosciamo. 

Ophuls racconta dunque uno dei momenti chiave della storia europea mantenendo costantemente un occhio sul presente (Hitler che si prepara a invadere la Francia con l’Europa sull’orlo del collasso) e raggelandolo il suo algido melodramma nella cronaca di una morte annunciata. La Storia rimane paradossalmente sullo sfondo perché, appunto, sappiamo già tutti come andrà a finire e Ophuls preferisce concentrarsi sui sentimenti e sulle relazioni tra i suoi personaggi, pedine (in)consapevoli dell’ineluttabilità del divenire storico. Il meccanismo narrativo attorno al quale ruota la nostra esperienza spettatoriale è tutto giocato su questa empatia previsionale: conosciamo già l’esito finale come in fondo lo conoscono i due protagonisti che, cionondimeno, è come se tentassero disperatamente, scena dopo scena, di smontare dall’interno i cliché, gli stilemi ed i topoi della tragedia e di sottrarsi all’inevitabilità del loro destino. I segnali di sventura sono continui e reiterati ma Sophie e Francesco preferiscono ignorarli perseguendo imperterriti il progetto di un cambiamento dello status quo, confidando fino alla fine di sottrarsi a ciò che invece appare sin da subito come necessario. Emblematica in questo senso la scena in cui Sophie e Francesco parlano di cambiamento, di progresso, di libertà dei popoli e delle culture sotto un’incombente statua di Francesco Giuseppe, il potere costituito che diventa convitato di pietra e che agisce quasi sempre in fuoricampo. 

Come in quasi tutta la produzione ophulsiana, è un personaggio femminile, la contessa Sophie, a incarnare il desiderio e la fatica di uno sguardo utopico che sia in grado di costruire e rendere possibile il cambiamento. Un’eccezione in un sistema fallocratico in cui le donne sono solite obbedire ai desideri in vigore nelle gerarchie maschili adottandone e giustificandone pedissequamente convenzioni, comportamenti e abitudini. In questo senso Da Mayerling a Sarajevo rappresenta anche la messa in crisi della società patriarcale e aristocratica a favore di una declinazione più parificata e moderna dei rapporti di genere.

Film che rappresenta forse il vertice del pessimismo e del disincanto ophulsiani mettendo in scena un destino inesorabile, un lungo addio, un falso movimento (come la meravigliosa sequenza dell’ennesimo treno ophulsiano, con le luci che si spengono all’improvviso, ultimo e definitivo presagio della morte incombente) in cui nulla si muove davvero perché tutto è già detto, già scritto, già successo.

Nell’ultima parte del film, pochi giorni prima del fatidico ultimo viaggio, mentre la contessa e i tre figli guardano delle diapositive che mostrano alcune immagini relative a dei ricordi familiari, la donna esplicita ai tre figli la propria utopia politica (che, va da sé, è anche quella antimilitarista e cosmopolita di Ophuls): “l’impero austriaco riunisce sotto la sua autorità molte persone diverse: i tedeschi, gli ungheresi, i cechi, gli slovacchi, i polacchi, i bosniaci. Tutti gli imperatori hanno lottato per mantenere l’unità”. Il figlioletto incalza: – “e papà?” – Papà un giorno creerà gli Stati Uniti d’Austria. Sarà la più bella delle nazioni perché si baserà sull’amore e sulla fiducia dei popoli liberi”.

Si arriva infine a quel fatidico 28 giugno 1914. Dopo il primo attentato non riuscito l’arciduca decide di non sottrarsi al suo destino proseguendo la sua visita insieme alla consorte. Non facciamo neppure in tempo a tirare un sospiro di sollievo che il rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip ferisce a morte l’arciduca e la moglie, ignaro del fatto che Francesco Ferdinando, a differenza dell’imperatore, guardava con clemenza e comprensione alle aspirazioni nazionali delle popolazioni dell’impero, inclusa quella serba.

L’assassinio viene raccontato con una sequenza di inquadrature in campo lungo molto sobrie e senza sottolineature musicali di sorta, con i reali che sfilano in auto tra gli “urrà” assordanti della folla mentre le campane suonano a festa. Una sequenza tutta giocata sul sonoro, di una semplicità disarmante e dal sapore quasi bressoniano che ci dice ancora una volta quanto Ophuls sia stato straordinario precursore di tanto cinema successivo.  

Voto 8.

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