8 settembre 1943 – 25 aprile 1945

thumbnail-by-url

Nessuno dovrebbe dimenticare che la Liberazione del 25 aprile 1945 ebbe inizio all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’INFAME re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia, lo stesso che 21 anni prima aveva incaricato Mussolini – subito dopo la marcia su Roma – di formare un nuovo governo, si diede vigliaccamente alla fuga portandosi dietro l’intero stato maggiore e lasciando una nazione già fortemente provata nel caos più totale, senza fornire uno straccio di indicazione all’esercito, che insistentemente chiedeva direttive al comando supremo ricevendo solo risposte ambigue e dilatorie.
Così come mio nonno Vittorio Tomaselli, Capitano degli alpini e disperso in Russia, tanti soldati italiani impegnati sui vari fronti all’estero non furono informati dell’armistizio venendo esposti, tra le altre cose, al rischio di rappresaglie.
Sempre viva la Resistenza, i partigiani e i liberatori americani ma non dimentichiamoci che per buona parte dei 20 anni di governo i fascisti, con il placet dei Savoia, godettero di consensi bulgari e che, se l’Italia non avesse partecipato alla Seconda Guerra Mondiale (come peraltro avrebbe voluto Mussolini), chissà quanto ancora sarebbe durato quel regime terrificante basato cionondimeno – non possiamo/dobbiamo negarlo – su una diffusissima simpatia popolare (almeno fino a quando le cose non cominciarono ad andare male).
Del resto i fascisti sono stati decine di milioni.
I partigiani qualche centinaia di migliaia.
Se non teniamo conto di questa sperequazione è difficile capire qualcosa dell’Italia contemporanea.

Il Capitano e la vertigine della lista

Madamina: il catalogo è questo!

Eco

Uno degli aspetti più perversi e affascinanti dello storytelling salviniano è l’utilizzo costante e pervasivo di liste di nomi.

In tutti – ma proprio tutti – i suoi interventi a un certo punto salta fuori una lista che viene declinata:

1) – Al neutro (o a focalizzazione zero), quando Salvini elenca – ad mentula canis – gruppi di nomi senza un apparente criterio di intelligibilità, prestando più attenzione all’eufonia e alla metrica che al reale motivo per cui sta pronunciando quelle parole.

2) – Al positivo, come ad esempio quando il Capitano dice “perché io non mi rivolgo ai professoroni e ai politici di Bruxelles, ma alla casalinga Mirella a cui ho stretto la mano ieri a Trento, a nonno Paolo che non riesce ad arrivare alla fine del mese, al piccolo Luca, a tutte le brave persone di Cinisello Balsamo ma anche a tutti i calabresi, i siciliani, i romani onesti, etc”.

3) – O, più spesso, al negativo: “e allora, con buona pace dei Saviano, dei Gino Strada, della Boldrini, dei magistrati che mi inquisiscono, di Renzi e del PD, dei burocrati di Bruxelles, dei tecnocrati, dei banchieri, beh, se voi ci siete amici, io non mollo e vado avanti”.

Come nota Umberto Eco, ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite, come la lista di tutti i libri di una biblioteca.

Ma ce ne sono altre che vogliono suggerire grandezze innumerabili e che si arrestano incomplete ai confini dell’indefinito.

Gli elenchi in-definiti di Salvini sono insieme liste di proscrizione (che indicano i nemici che il suo popolo deve combattere) e liste di aggregazione (che servono a creare collante e strategie di inclusione tra le varie tipologie sociali/culturali comprese nella lista).

Quando infine, nelle sue liste sterminate, il Capitano arriva al punto (e ci arriva sempre) in cui ringrazia il BUON DIO (!), noi tutti dovremmo pregare (il buon Dio) affinché il Papa, come nei tempi gloriosi che furono, lo scomunichi platealmente urbi et orbi.

A dirla tutta, le parole “Salvini” e “Dio” non dovrebbero neppure stare nella stessa frase.