10 film di Max Ophuls: 3 – Da Mayerling a Sarajevo (1940)

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Parafrasando Hegel si potrebbe sostenere che l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo per mano dell’anarchico Gavrilo Princip sia uno di quei rari momenti in cui “la Storia gira sui suoi cardini” cambiando radicalmente la propria direzione di marcia: quell’omicidio innescò la barbarie della Prima Guerra Mondiale creando i presupposti per i trattati di Versailles e l’umiliazione della Germania, la contestuale ascesa del nazismo e lo scoppio della seconda guerra.

Per ironia della sorte, le riprese del film, girato in Francia per evidenti motivi (l’ebreo Ophuls aveva lasciato la Germania all’indomani dell’incendio del Reichstag), furono interrotte nel settembre del ’39 allo scoppio del secondo conflitto mondiale, per essere poi riprese nel febbraio del ’40. Il film sarà ovviamente vietato in Germania e presentato a Berlino soltanto dopo la fine della guerra.

I fatti sono notissimi ma giova ricordarli per entrare sin da subito nel cuore di tenebra di una tragedia che Ophuls traveste da melodramma. Nel 1889, a Mayerling, un paesino della Bassa Austria, Rodolfo d’Asburgo-Lorena, figlio di Francesco Giuseppe ed erede al trono dell’impero austro-ungarico, si suicida insieme alla sua amante, la baronessina diciassettenne Maria Vetsera. L’arciduca Francesco Ferdinando d’Este, nipote dell’imperatore, subentra a Rodolfo nella linea di discendenza regale. Il nobile, giovane dalle idee progressiste (il liberale Francesco parla esplicitamente degli “Stati Uniti d’Austria”) e per questo decisamente inviso alla corte, viene allontanato da Vienna con il pretesto di un incarico che prevedeva l’ispezione delle principali caserme dell’impero. Nel corso del viaggio l’arciduca si innamora della contessina Sophie Chotek (interpretata da una splendida Edwige Feuillère), un’aristocratica ceca dell’allora Regno di Boemia. La famiglia reale ripiomba nell’incubo a pochi anni di distanza dai terribili fatti di Mayerling: a Sophie viene concesso soltanto di essere moglie morganatica poiché di rango inferiore, né lei né i suoi figli possono ambire ai titoli o all’eredità dell’arciduca diventato erede al trono dell’impero austroungarico. Il film si conclude,  ça va sans dire, con il viaggio della coppia reale a Sarajevo con l’esito infausto che tutti conosciamo. 

Ophuls racconta dunque uno dei momenti chiave della storia europea mantenendo costantemente un occhio sul presente (Hitler che si prepara a invadere la Francia con l’Europa sull’orlo del collasso) e raggelandolo il suo algido melodramma nella cronaca di una morte annunciata. La Storia rimane paradossalmente sullo sfondo perché, appunto, sappiamo già tutti come andrà a finire e Ophuls preferisce concentrarsi sui sentimenti e sulle relazioni tra i suoi personaggi, pedine (in)consapevoli dell’ineluttabilità del divenire storico. Il meccanismo narrativo attorno al quale ruota la nostra esperienza spettatoriale è tutto giocato su questa empatia previsionale: conosciamo già l’esito finale come in fondo lo conoscono i due protagonisti che, cionondimeno, è come se tentassero disperatamente, scena dopo scena, di smontare dall’interno i cliché, gli stilemi ed i topoi della tragedia e di sottrarsi all’inevitabilità del loro destino. I segnali di sventura sono continui e reiterati ma Sophie e Francesco preferiscono ignorarli perseguendo imperterriti il progetto di un cambiamento dello status quo, confidando fino alla fine di sottrarsi a ciò che invece appare sin da subito come necessario. Emblematica in questo senso la scena in cui Sophie e Francesco parlano di cambiamento, di progresso, di libertà dei popoli e delle culture sotto un’incombente statua di Francesco Giuseppe, il potere costituito che diventa convitato di pietra e che agisce quasi sempre in fuoricampo. 

Come in quasi tutta la produzione ophulsiana, è un personaggio femminile, la contessa Sophie, a incarnare il desiderio e la fatica di uno sguardo utopico che sia in grado di costruire e rendere possibile il cambiamento. Un’eccezione in un sistema fallocratico in cui le donne sono solite obbedire ai desideri in vigore nelle gerarchie maschili adottandone e giustificandone pedissequamente convenzioni, comportamenti e abitudini. In questo senso Da Mayerling a Sarajevo rappresenta anche la messa in crisi della società patriarcale e aristocratica a favore di una declinazione più parificata e moderna dei rapporti di genere.

Film che rappresenta forse il vertice del pessimismo e del disincanto ophulsiani mettendo in scena un destino inesorabile, un lungo addio, un falso movimento (come la meravigliosa sequenza dell’ennesimo treno ophulsiano, con le luci che si spengono all’improvviso, ultimo e definitivo presagio della morte incombente) in cui nulla si muove davvero perché tutto è già detto, già scritto, già successo.

Nell’ultima parte del film, pochi giorni prima del fatidico ultimo viaggio, mentre la contessa e i tre figli guardano delle diapositive che mostrano alcune immagini relative a dei ricordi familiari, la donna esplicita ai tre figli la propria utopia politica (che, va da sé, è anche quella antimilitarista e cosmopolita di Ophuls): “l’impero austriaco riunisce sotto la sua autorità molte persone diverse: i tedeschi, gli ungheresi, i cechi, gli slovacchi, i polacchi, i bosniaci. Tutti gli imperatori hanno lottato per mantenere l’unità”. Il figlioletto incalza: – “e papà?” – Papà un giorno creerà gli Stati Uniti d’Austria. Sarà la più bella delle nazioni perché si baserà sull’amore e sulla fiducia dei popoli liberi”.

Si arriva infine a quel fatidico 28 giugno 1914. Dopo il primo attentato non riuscito l’arciduca decide di non sottrarsi al suo destino proseguendo la sua visita insieme alla consorte. Non facciamo neppure in tempo a tirare un sospiro di sollievo che il rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip ferisce a morte l’arciduca e la moglie, ignaro del fatto che Francesco Ferdinando, a differenza dell’imperatore, guardava con clemenza e comprensione alle aspirazioni nazionali delle popolazioni dell’impero, inclusa quella serba.

L’assassinio viene raccontato con una sequenza di inquadrature in campo lungo molto sobrie e senza sottolineature musicali di sorta, con i reali che sfilano in auto tra gli “urrà” assordanti della folla mentre le campane suonano a festa. Una sequenza tutta giocata sul sonoro, di una semplicità disarmante e dal sapore quasi bressoniano che ci dice ancora una volta quanto Ophuls sia stato straordinario precursore di tanto cinema successivo.  

Voto 8.

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