Perché “Tales from the Loop” è la serie più bella che possiate guardare in questi giorni di quarantena

Nel romanzo capolavoro di Raymond Roussel, Locus Solus, pubblicato in coincidenza con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, il protagonista, lo scienziato Martial Cantarel, conduce i propri ospiti a visitare il suo parco tecnologico colmo di mirabilia artificiali attraverso una passeggiata/esplorazione scandita in sette tappe a ognuna delle quali corrisponde una delle meravigliose invenzioni di Cantarel (la signorina, un complicato apparecchio che mentre produce un mosaico di denti umani riesce a predire il futuro, la gabbia di vetro in cui i morti vengono resuscitati grazie a pozioni alchemiche e altre mirabolanti macchine celibi che influenzarono enormemente anche Marcel Duchamp).

Ma, laddove Locus Solus con la sua straordinaria riflessione sul carattere eminentemente linguistico dell’arte, della tecnica e dell’immaginazione, è considerato un riferimento per le avanguardie e il grande antesignano del Surrealismo, Tales from the Loop si muove, au contraire, nei solchi di un minimalismo narrativo e fantascientifico rigorosissimo (splendida in questo senso la soundtrack di Philip Glass), che appare una scelta decisamente originale in un panorama seriale in cui, sempre di più, si tende a caricare, a sovraesporre, a esasperare dinamiche narrative e elementi tematici, venendo meno, tra le altre cose, al principio aureo del rasoio di Occam.

La serie ideata da Nathaniel Halpern è ambienta a Mercer, una cittadina  apparentemente simile a tante altre, nel cui sottosuolo è però attivo un misterioso centro di ricerca, una specie di laboratorio fisico sul modello del CERN di Ginevra, su cui opportunamente viene detto pochissimo, che è stato ribattezzato Loop (anche a rimarcare la centralità dell’elemento temporale all’interno della serie). Il Loop è stato fondato da Russ Willard (un grande Jonathan Pryce), novello Martial Cantarel, scienziato umanissimo e nonno premuroso, il cui scopo è quello di esplorare i misteri dell’universo, mostrando e realizzando tutto ciò che l’umanità ha fin lì ritenuto impossibile

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Tales from the Loop mette in scena un’ucronia retrofuturista, un presente alternativo che è conseguenza di uno sviluppo storico-scientifico-culturale parzialmente diverso dal nostro, in una realtà e in una messa in scena per il resto del tutto simile a quella in cui viviamo, con l’unica eccezione della scelta del tipo di tecnologie utilizzate all’interno del racconto (per lo più robot, computer e strumenti informatici che attingono a un immaginario molto vintage e decadente, a metà tra quello da guerra fredda degli anni Cinquanta e quello più pop e nerd degli anni Ottanta dello scorso secolo e che fanno riferimento a una serie di illustrazioni firmate dal disegnatore Simon Stålenhag, ma che ci hanno fatto pensare anche a diversi titoli videoludici costruiti attorno a rovine tecnologiche e a robot malandati e obsoleti immersi in una natura selvaggia come ad esempio Horizon Zero Dawn).

La prima impressione che si ha approcciandosi alla serie è quella di trovarsi di fronte a un Black Mirror in salsa esistenzialista e poetica. Ma in Tales from the Loop non ci sono gli apologhi umanistici (e spesso moralistici) della serie creata da Charlie Brooker che, ostracizzando e richiamando lo spettatore a ogni piè sospinto sui rischi e sugli abusi della tecnologia, finiscono spesso per magnificarla e glorificarla, rischiando di aumentare ulteriormente l’addiction dello spettatore/consumatore al fascinum cibernetico.

Al contrario, in Tales from the Loop la tecnologia non viene raccontata come qualcosa di necessariamente negativo, non è un monstrum che si contrappone ossimoricamente a una natura innocente e incontaminata, ma è in qualche modo armonizzata ad essa, ne è divenuta parte integrante (o forse lo è da sempre).

Ma, soprattutto, a differenza del più celebre brand dispotico della serialità contemporanea, caratterizzato da un approccio registico e fotografico in genere abbastanza anodino e prevedibile, in Tales from the Loop c’è una grandissima attenzione ai codici più propriamente cinematografici della messa in scena, con sequenze, improvvise aperture di senso e squarci paesaggistici che sembrano rimandare al cinema dell’essere e della natura (Malick e Herzog), alla fantascienza metafisica (Tarkovskij e Ridley Scott), ma anche a Kaurismäki e Roy Andersson per la dimensione minimalista del racconto e a Truffaut e a Spielberg nella misura in cui il punto di vista è quasi sempre quello adolescenziale.

Le 8 puntate di Tales from Loop si configurano prevalentemente come delle storie di tipo character driven, vicende in cui gli eventi sono portati avanti dalle azioni e dalle scelte esistenziali dei membri della famiglia di Loretta Willard (una splendida Rebecca Hall) e di alcune delle persone che li gravitano attorno, anche se, nello sviluppo orizzontale di stagione, rimangono aperti anche degli aspetti narrativi più propriamente plot driven che pure non costruiscono una macro story line vera e propria ma contribuiscono alla ri-costruzione di un un puzzle emotivo, intimo e familiare che, nel suo rifrangere contemporaneamente più determinazioni temporali, pare più simile all’immagine cristallo di cui parla Deleuze che alla classica fabula seriale di matrice neo-aristotelica con un inizio, uno svolgimento e una fine.

In effetti, uno degli aspetti più sofisticati e sorprendenti di Tales from the Loop è che i protagonisti di puntata e i conflitti in atto all’interno di ogni singolo episodio aprono in qualche modo agli sviluppi narrativi e ai conflitti esistenziali che si consumano nelle puntate successive, con dei giochi di overlapping, spostamenti di POV,  timelock, flashback e flashforward, (oltre ai continui riferimenti a una tecnologia vintage e decadente in stile DHARMA Initiative) che rimandano inevitabilmente a quello straordinario laboratorio narratologico che è (stato) Lost, che viene peraltro esplicitamente omaggiato nella sesta puntata (a nostro avviso un piccolo capolavoro), con l’utilizzo dei più classici dei dispositivi lostiani: il mostro senza volto che si muove invisibile nel fitto di una foresta pluviale situata in un’isola senza nome e che annuncia la sua presenza solo attraverso il suo raglio bestiale.

In ogni puntata è l’interazione con un elemento tecnologico (in genere vetusto, obsoleto e arcaico) a costruire un cortocircuito esistenziale nelle storie dei protagonisti: un confronto inaspettato e doloroso, che sospende il normale corso temporale della vita dei personaggi, trasportandoli in realtà parallele e/o attivando scambi di identità che li obbligano a fare i conti con il senso della perdita e l’elaborazione del lutto, proiettandoli in un altrove che però è anche e sempre un qui e ora e che apre a un orizzonte di senso nuovo e inedito.

Lo showrunner Nathaniel Halpern e la sua squadra di sceneggiatori sono peraltro stati bravi a non cadere nel rischio/errore di usare viaggi nel tempo, meccanica quantistica e altri elementi scientifici abusatissimi in tanto cinema e serialità televisiva – si pensi a Dark o a Stranger Things – come degli sterili pretesti narrativi, ma li hanno invece assorbiti all’interno di un orizzonte poetico e di senso più ampio, dove fisica, natura e filosofia convivono come nell’antica sapienza presocratica.

È un tempo indefinito e sospeso quello di Tales from the Loop. Un tempo circolare che rimanda alla vertigine abissale dell’eterno ritorno nietzschano e che, in questo momento storico altrettanto sospeso e inaudito di forzata quarantena e di progressiva perdita del senso, ci esorta a riconsiderare il rapporto con la temporalità e con la nostra progettualità esistenziale, mostrandoci una possibile via di uscita (in cui scienza, tecnica e humanitas riescono a convivere) decisamente poco percorsa fino a questo momento.

 

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Terenzio (1937 – 2009)

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Ho conosciuto Terenzio nel 2005. Fu il gesuita padre Mario Vit a presentarmelo, in occasione di un seminario filosofico organizzato nelle Valli del Natisone, programmaticamente intitolato proprio “Terentius day”. Fui subito colpito dal suo sguardo sempre vigile e dalla refrattarietà alla convenzione e al luogo comune. La sua naturale inclinazione alla metafora e all’invettiva dissacrante mi invogliarono ad approfondire la sua conoscenza. Il bancone di un bar e un numero imprecisato di bicchieri di vino fecero il resto.

Qualche mese dopo gli proposi di prendere parte al mio mediometraggio Lintver, ambientato nelle Valli, dove avrebbe dovuto interpretare se stesso. Lo convinsi facendo leva sul suo carattere istrionico e comunicandogli il mio desiderio di costruire un film basato unicamente sulla forza delle immagini e sulla cifra poetica dei luoghi e delle persone. Nessuna finalità banalmente commerciale sottolineai con la dovuta serietà dopo che lui mi aveva interrogato a proposito.  Alla fine accettò di partecipare anche se si dimostrò decisamente scettico rispetto alla possibilità che il cinema potesse restituire una verità poetica di qualche sorta. La poesia è nelle cose e non può essere comunicata mi suggerì con uno dei suoi funambolici calembour dialettici. Solo ora capisco che cosa intendesse dire. Rispetto al personaggio che avrebbe dovuto interpretare non fece invece alcun commento. La falsa modestia non gli si addiceva.

A chi lo visitava nel suo studio-abitazione a Ponte San Quirino era solito mostrare alcune consunte fotografie in bianco e nero della sua infanzia. Neonato in braccio alla madre morta precocemente (Terenzio perse entrambi i genitori in giovane età). Scolaretto sui banchi di scuola con lo stesso sguardo ironico e beffardo del Terenzio maturo, quasi a dimostrare uno dei suoi assunti teorici più ricorrenti: il passare del tempo è una mera apparenza e la vita umana non è che l’eterno teatro di questa finzione. Da consumato attore (durante i suoi anni in collegio recitò in alcune commedie pirandelliane) amava chiosare con frasi ad effetto.

Ma la fotografia più formidabile, divenuta per molti dei suoi frequentatori un’icona al pari del Che Guevara di Korda o del Padre Pio del santino, lo ritrae giovane balilla, tra il serio e il faceto, intento in un entusiastico saluto romano. Terenzio non ha mai amato il politicamente corretto. Appassionato di storia, collezionava i testi enciclopedici allegati ai quotidiani, che compulsava e scompaginava alla ricerca di associazioni di volta in volta revisionistiche o rivoluzionarie. Ma non gli interessava l’erudizione e la filologia lo disgustava. La storia per lui era un atto di fede. Le testimonianze, gli archivi, le statistiche erano solo un pretesto per la discussione e la disputa filosofica.

Oggi si abusa della parola “anticonformista”, ma lui lo era nel senso più intimo ed essenziale. Respingeva le convenzioni sociali che capovolgeva e riutilizzava a suo piacimento. La sua giornata tipo è un esempio emblematico della sua attitudine al paradosso e al detournement, inteso in maniera ancora più rigorosa del progenitore Debord. Terenzio non riusciva a concepire la notte soltanto come il tempo del sonno e del riposo. Si coricava nel tardo pomeriggio alzandosi all’ora in cui noi altri di città in genere si va a dormire. Dopo le abluzioni (che in realtà ritengo fossero episodiche e saltuarie), nel cuore della notte, si preparava un pasto frugale che accompagnava a una o più bottiglie di vino. Negli ultimi tempi non mangiava molto perché aveva grossi problemi di masticazione a causa della mancanza di denti. Nel silenzio notturno della sua cucina lo immagino dedito alla riflessione speculativa o alla lettura di qualche romanzo della sua vasta collezione di volumi allegati ai giornali (sui suoi scaffali ricordo di aver visto I tre moschettieri, L’invenzione di Morel L’uomo che fu Giovedì oltre ai romanzi di Verne), con una sigaretta in bocca e sulla testa uno dei suoi classici berretti di lana per proteggersi dal freddo. Solo in tarda mattinata usciva in motorino per raggiungere il bar o l’osteria e riprendere la mescita. Tornato a casa si rimetteva a leggere o si faceva un solitario con le carte da gioco nel suo soggiorno-camera da letto, che odorava di umidità, di urina, di mozziconi di sigaretta e di un carico di solitudine che avrebbe devastato chiunque.

Quando andavo da lui lo trovavo spesso sdraiato sul letto con il televisore acceso a volume molto brillante. Guardava spesso “rete 4”, che, di questi tempi, viene comunemente considerata l’emittente più commerciale e asservita al potere. Un giorno, provocatoriamente, glielo feci notare. Gli chiesi come fosse possibile che il suo televisore fosse perennemente sintonizzato sul canale di Emilio Fede e delle televendite di materassi. Mi guardò come si guarda un bambino che non riesce a far di conto e alzò ulteriormente il volume dell’apparecchio. Da vero anticonformista Terenzio non biasimava i conformisti che, anzi, lo incuriosivano come può incuriosire un fenomeno antropologico che, proprio in quanto tale, merita rispetto e considerazione.

Dei festival culturali che hanno fatto la fortuna delle Valli del Natisone Terenzio sembrava non approvare lo stile e l’assunto di fondo.  Non si può fare esperienza di un testo teatrale o di un’opera d’arte con la stessa disinvoltura con cui si va al bar o in un supermercato. Da irriducibile individualista quale era sosteneva che la poesia è un’esperienza personale e pericolosa e la sua democratizzazione spettacolare non lo convinceva o, nel migliore dei casi, lo lasciava indifferente. “Bisogna che impariate a cadere e a farvi male” ci disse un giorno dopo il suo ennesimo incidente in motorino. Credo che intendesse dire che in qualsiasi percorso di ricerca sia necessario rischiare sulla propria pelle, a costo di farsi male e provare dolore. Parlava con cognizione di causa. Di cadute e di lanci nel vuoto Terenzio se ne intendeva visto che, oltre che operaio, fotografo e pittore, fu anche paracadutista.

Qualche anno fa ci aveva incaricato di acquistargli una macchina fotografica nuova (quello che restava del suo vecchio banco ottico a soffietto giaceva da anni in cantina). Pretendeva una reflex con obiettivi intercambiabili. Gliela comprammo. Ci teneva molto a riprendere a fotografare. In fondo per Terenzio è sempre stata una questione di sguardo, di come si guarda e di cosa si sceglie di guardare.

Mi risulta dunque quasi inevitabile ora immaginarlo con la sua reflex da qualche parte in giro per il mondo a inquadrare e a mettere a fuoco, per restituirci un’immagine con molti chiaroscuri, piena di contrasti e di zone buie, magari spesso brutta ed antiestetica, ma che non espunge le contraddizioni e le zone d’ombra che, anzi, diventano centro prospettico e compositivo attraverso il quale interpretare tutto il resto.

Terenzio

“Il terzo uomo” di O. L. Borges

Il terzo uomo

Invio questo poema
(per ora accettiamo tale parola)
al terzo uomo che s’incrociò con me l’altra notte,
non meno misterioso di quello di Aristotele.
Il sabato uscii.
La notte era piena di gente;
ci fu certamente un terzo uomo,
come ce ne fu un quarto ed un primo.
Non so se ci guardammo;
andava verso Paraguay, io verso Cordova.
Forse lo hanno generato queste parole;
non saprò mai il suo nome.
So che c’è un sapore che predilige.
So che ha guardato lentamente la luna.
Non è impossibile che sia morto.
Leggerà ciò che scrivo e non saprà
che mi rivolgo a lui.
Nell’oscuro avvenire
possiamo essere rivali e rispettarci
o amici e volerci bene.
Ho eseguito un gesto irreparabile,
ho stabilito un legame.
In questo mondo quotidiano,
che somiglia tanto
al libro delle Mille e Una Notte,
non c’è un solo gesto che non corra il rischio
di essere un’operazione di magia,
non c’è un solo fatto che non possa essere il primo
di una serie infinita.
Mi domando che ombre getteranno
questi oziosi versi.

Jorge Luis Borges da La cifra (1981), traduzione di Domenico Porzio.