Il Capitano e la vertigine della lista

Madamina: il catalogo è questo!

Eco

Uno degli aspetti più perversi e affascinanti dello storytelling salviniano è l’utilizzo costante e pervasivo di liste di nomi.

In tutti – ma proprio tutti – i suoi interventi a un certo punto salta fuori una lista che viene declinata:

1) – Al neutro (o a focalizzazione zero), quando Salvini elenca – ad mentula canis – gruppi di nomi senza un apparente criterio di intelligibilità, prestando più attenzione all’eufonia e alla metrica che al reale motivo per cui sta pronunciando quelle parole.

2) – Al positivo, come ad esempio quando il Capitano dice “perché io non mi rivolgo ai professoroni e ai politici di Bruxelles, ma alla casalinga Mirella a cui ho stretto la mano ieri a Trento, a nonno Paolo che non riesce ad arrivare alla fine del mese, al piccolo Luca, a tutte le brave persone di Cinisello Balsamo ma anche a tutti i calabresi, i siciliani, i romani onesti, etc”.

3) – O, più spesso, al negativo: “e allora, con buona pace dei Saviano, dei Gino Strada, della Boldrini, dei magistrati che mi inquisiscono, di Renzi e del PD, dei burocrati di Bruxelles, dei tecnocrati, dei banchieri, beh, se voi ci siete amici, io non mollo e vado avanti”.

Come nota Umberto Eco, ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite, come la lista di tutti i libri di una biblioteca.

Ma ce ne sono altre che vogliono suggerire grandezze innumerabili e che si arrestano incomplete ai confini dell’indefinito.

Gli elenchi in-definiti di Salvini sono insieme liste di proscrizione (che indicano i nemici che il suo popolo deve combattere) e liste di aggregazione (che servono a creare collante e strategie di inclusione tra le varie tipologie sociali/culturali comprese nella lista).

Quando infine, nelle sue liste sterminate, il Capitano arriva al punto (e ci arriva sempre) in cui ringrazia il BUON DIO (!), noi tutti dovremmo pregare (il buon Dio) affinché il Papa, come nei tempi gloriosi che furono, lo scomunichi platealmente urbi et orbi.

A dirla tutta, le parole “Salvini” e “Dio” non dovrebbero neppure stare nella stessa frase.

“Il terzo uomo” di O. L. Borges

Il terzo uomo

Invio questo poema
(per ora accettiamo tale parola)
al terzo uomo che s’incrociò con me l’altra notte,
non meno misterioso di quello di Aristotele.
Il sabato uscii.
La notte era piena di gente;
ci fu certamente un terzo uomo,
come ce ne fu un quarto ed un primo.
Non so se ci guardammo;
andava verso Paraguay, io verso Cordova.
Forse lo hanno generato queste parole;
non saprò mai il suo nome.
So che c’è un sapore che predilige.
So che ha guardato lentamente la luna.
Non è impossibile che sia morto.
Leggerà ciò che scrivo e non saprà
che mi rivolgo a lui.
Nell’oscuro avvenire
possiamo essere rivali e rispettarci
o amici e volerci bene.
Ho eseguito un gesto irreparabile,
ho stabilito un legame.
In questo mondo quotidiano,
che somiglia tanto
al libro delle Mille e Una Notte,
non c’è un solo gesto che non corra il rischio
di essere un’operazione di magia,
non c’è un solo fatto che non possa essere il primo
di una serie infinita.
Mi domando che ombre getteranno
questi oziosi versi.

Jorge Luis Borges da La cifra (1981), traduzione di Domenico Porzio.