ATTENZIONE. Spoiler alert a 5 stelle

Castelli

Riassunto delle puntate precedenti:
Laura Castelli, dopo una sudatissima laurea triennale in economia aziendale, diventata sottosegretario all’economia pur sapendo a malapena scrivere e far di conto, deve risolvere l’intricato enigma della stampa dei 6 milioni di tessere per il reddito di cittadinanza, ma si invaghisce di un misterioso lavoratore in nero…
Nei prossimi episodi:
– Che ne sarà dei 6 milioni di tessere mandate segretamente in stampa da un’oscura manina in qualche decrepito scantinato della periferia romana con una nuova tecnica di serigrafia seriale a 370 gradi?
– E cosa succederà al nostro sfortunato protagonista lavoratore in nero che nel frattempo si sarà guadagnato l’agognata tessera quando, in prossimità dell’ennesimo Black Friday e ormai privo di forze, si ritroverà a passare davanti a Unieuro con tutte le vetrine addobbate a festa? Riuscirà a resistere alla tentazione o cadrà anche lui nelle insidiose grinfie del turbocapitalismo cantato da Fusaro?
– E Sallusti continuerà a passare per il campione della trasparenza, del giornalismo d’inchiesta e della libertà di pensiero o tornerà a essere quel diabolico e servile Mefistofele che tutti abbiamo amato nelle precedenti stagioni?
– E ce la farà l’integerrimo babbo di Di Maio a difendersi dalle infamanti accuse che gli sono state rivolte e a dimostrare la sua innocenza, riportando la serenità nel menage familiare, nel nostro eroe lavoratore in nero e nei 5 stelle tutti? E il padre di Di Battista resterà inerme a guardare o, come era già successo nella prima stagione, metterà mano al manganello?
– E infine: riuscirà l’intrepida eroina Laura Castelli, che per tutta la stagione è stata beffardamente apostrofata come “la Toninelli in gonnella”, a superare il suo ghost e convolare a giuste nozze con il nostro eroe lavoratore in nero che, attraverso peripezie e agnizioni, con un clamoroso coup de théâtre di fine stagione, si scoprirà essere nientepopodimeno che il vicepresidente del consiglio e ministro del lavoro, l’ex lavoratore in nero Luigi Di Maio?

STAY TUNED

Tony il Pony

Ho quest’idea per un film che mi sembra veramente gagliarda e che è mi stata ispirata da una dolorosa esperienza personale.
C’è un guru indiano che ha acquisito una straordinaria potenza magica ed esoterica anche grazie allo studio dei grandi testi della tradizione ermetico-cabalistica e del neoplatonismo fiorentino. Il guru (che dovrebbe chiamarsi Rodolfo) per campare gestisce un maneggio a Zoppola di Pordenone frequentato da artisti, poeti e ricercatori universitari.
All’inizio del secondo atto il guru ariano decide di umiliare con un terribile maleficio un dottorando di Salerno (rappresentante a suo dire della moderna ratio cartesiana occidentale) costringendolo a pettinare le criniere di tutti i pony del suo maneggio.
Nel frattempo, inaspettatamente, con un vero e proprio coup de théâtre, il guru indiano muore e l’intellettuale è costretto a pettinare cavalli per il resto della sua vita, anche se lo spettatore continuerà a trepidare per le sorti del campano, confidando fino alla fine del film in un miracoloso rovesciamento di fortuna.
Ma la catarsi non arriverà mai.
ponyrazza
P.s. A chiunque fosse interessato e ai veri amanti degli animali cedo a malincuore e a prezzo modico il mio pony/cavallino Tony che mi fu regalato per la cresima da mia zia Wally e che ha ispirato la sinossi di cui sopra. È molto simpatico e arzillo e lo potete venire a vedere presso il locale circolo ippico.
Tony ha tanto bisogno di affetto. Ha trascorso la sua giovinezza in un circo di Montebelluna e ora è sempre solo al maneggio perché nessuno ha mai tempo per lui.
Astenersi abruzzesi, molisani, ecclesiastici e perditempo.
MAX serietà.

Terenzio (1937 – 2009)

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Ho conosciuto Terenzio nel 2005. Fu il gesuita padre Mario Vit a presentarmelo, in occasione di un seminario filosofico organizzato nelle Valli del Natisone, programmaticamente intitolato proprio “Terentius day”. Fui subito colpito dal suo sguardo sempre vigile e dalla refrattarietà alla convenzione e al luogo comune. La sua naturale inclinazione alla metafora e all’invettiva dissacrante mi invogliarono ad approfondire la sua conoscenza. Il bancone di un bar e un numero imprecisato di bicchieri di vino fecero il resto.

Qualche mese dopo gli proposi di prendere parte al mio mediometraggio Lintver, ambientato nelle Valli, dove avrebbe dovuto interpretare se stesso. Lo convinsi facendo leva sul suo carattere istrionico e comunicandogli il mio desiderio di costruire un film basato unicamente sulla forza delle immagini e sulla cifra poetica dei luoghi e delle persone. Nessuna finalità banalmente commerciale sottolineai con la dovuta serietà dopo che lui mi aveva interrogato a proposito.  Alla fine accettò di partecipare anche se si dimostrò decisamente scettico rispetto alla possibilità che il cinema potesse restituire una verità poetica di qualche sorta. La poesia è nelle cose e non può essere comunicata mi suggerì con uno dei suoi funambolici calembour dialettici. Solo ora capisco che cosa intendesse dire. Rispetto al personaggio che avrebbe dovuto interpretare non fece invece alcun commento. La falsa modestia non gli si addiceva.

A chi lo visitava nel suo studio-abitazione a Ponte San Quirino era solito mostrare alcune consunte fotografie in bianco e nero della sua infanzia. Neonato in braccio alla madre morta precocemente (Terenzio perse entrambi i genitori in giovane età). Scolaretto sui banchi di scuola con lo stesso sguardo ironico e beffardo del Terenzio maturo, quasi a dimostrare uno dei suoi assunti teorici più ricorrenti: il passare del tempo è una mera apparenza e la vita umana non è che l’eterno teatro di questa finzione. Da consumato attore (durante i suoi anni in collegio recitò in alcune commedie pirandelliane) amava chiosare con frasi ad effetto.

Ma la fotografia più formidabile, divenuta per molti dei suoi frequentatori un’icona al pari del Che Guevara di Korda o del Padre Pio del santino, lo ritrae giovane balilla, tra il serio e il faceto, intento in un entusiastico saluto romano. Terenzio non ha mai amato il politicamente corretto. Appassionato di storia, collezionava i testi enciclopedici allegati ai quotidiani, che compulsava e scompaginava alla ricerca di associazioni di volta in volta revisionistiche o rivoluzionarie. Ma non gli interessava l’erudizione e la filologia lo disgustava. La storia per lui era un atto di fede. Le testimonianze, gli archivi, le statistiche erano solo un pretesto per la discussione e la disputa filosofica.

Oggi si abusa della parola “anticonformista”, ma lui lo era nel senso più intimo ed essenziale. Respingeva le convenzioni sociali che capovolgeva e riutilizzava a suo piacimento. La sua giornata tipo è un esempio emblematico della sua attitudine al paradosso e al detournement, inteso in maniera ancora più rigorosa del progenitore Debord. Terenzio non riusciva a concepire la notte soltanto come il tempo del sonno e del riposo. Si coricava nel tardo pomeriggio alzandosi all’ora in cui noi altri di città in genere si va a dormire. Dopo le abluzioni (che in realtà ritengo fossero episodiche e saltuarie), nel cuore della notte, si preparava un pasto frugale che accompagnava a una o più bottiglie di vino. Negli ultimi tempi non mangiava molto perché aveva grossi problemi di masticazione a causa della mancanza di denti. Nel silenzio notturno della sua cucina lo immagino dedito alla riflessione speculativa o alla lettura di qualche romanzo della sua vasta collezione di volumi allegati ai giornali (sui suoi scaffali ricordo di aver visto I tre moschettieri, L’invenzione di Morel L’uomo che fu Giovedì oltre ai romanzi di Verne), con una sigaretta in bocca e sulla testa uno dei suoi classici berretti di lana per proteggersi dal freddo. Solo in tarda mattinata usciva in motorino per raggiungere il bar o l’osteria e riprendere la mescita. Tornato a casa si rimetteva a leggere o si faceva un solitario con le carte da gioco nel suo soggiorno-camera da letto, che odorava di umidità, di urina, di mozziconi di sigaretta e di un carico di solitudine che avrebbe devastato chiunque.

Quando andavo da lui lo trovavo spesso sdraiato sul letto con il televisore acceso a volume molto brillante. Guardava spesso “rete 4”, che, di questi tempi, viene comunemente considerata l’emittente più commerciale e asservita al potere. Un giorno, provocatoriamente, glielo feci notare. Gli chiesi come fosse possibile che il suo televisore fosse perennemente sintonizzato sul canale di Emilio Fede e delle televendite di materassi. Mi guardò come si guarda un bambino che non riesce a far di conto e alzò ulteriormente il volume dell’apparecchio. Da vero anticonformista Terenzio non biasimava i conformisti che, anzi, lo incuriosivano come può incuriosire un fenomeno antropologico che, proprio in quanto tale, merita rispetto e considerazione.

Dei festival culturali che hanno fatto la fortuna delle Valli del Natisone Terenzio sembrava non approvare lo stile e l’assunto di fondo.  Non si può fare esperienza di un testo teatrale o di un’opera d’arte con la stessa disinvoltura con cui si va al bar o in un supermercato. Da irriducibile individualista quale era sosteneva che la poesia è un’esperienza personale e pericolosa e la sua democratizzazione spettacolare non lo convinceva o, nel migliore dei casi, lo lasciava indifferente. “Bisogna che impariate a cadere e a farvi male” ci disse un giorno dopo il suo ennesimo incidente in motorino. Credo che intendesse dire che in qualsiasi percorso di ricerca sia necessario rischiare sulla propria pelle, a costo di farsi male e provare dolore. Parlava con cognizione di causa. Di cadute e di lanci nel vuoto Terenzio se ne intendeva visto che, oltre che operaio, fotografo e pittore, fu anche paracadutista.

Qualche anno fa ci aveva incaricato di acquistargli una macchina fotografica nuova (quello che restava del suo vecchio banco ottico a soffietto giaceva da anni in cantina). Pretendeva una reflex con obiettivi intercambiabili. Gliela comprammo. Ci teneva molto a riprendere a fotografare. In fondo per Terenzio è sempre stata una questione di sguardo, di come si guarda e di cosa si sceglie di guardare.

Mi risulta dunque quasi inevitabile ora immaginarlo con la sua reflex da qualche parte in giro per il mondo a inquadrare e a mettere a fuoco, per restituirci un’immagine con molti chiaroscuri, piena di contrasti e di zone buie, magari spesso brutta ed antiestetica, ma che non espunge le contraddizioni e le zone d’ombra che, anzi, diventano centro prospettico e compositivo attraverso il quale interpretare tutto il resto.

Terenzio

Confessioni di un parrocco omicida (pubblicato sul settimanale “Voce Isontina” nel febbraio 2001)

voce

La sera della Vigilia, in attesa di celebrare la messa di mezzanotte, tediato dall’atmosfera natalizia e da un opprimente mal de vivre, mi ero sistemato nella modesta stanza di soggiorno della nostra canonica, attendendo ad un difficile studio su alcuni aspetti controversi del mito di Atteone nell’interpretazione di Giordano Bruno, lavoro che, come è facilmente immaginabile, richiede concentrazione e una dedizione davvero assoluta.

Fui dunque lieto di interrompere quelle perigliose letture quando James, il mio solerte sagrestano, mi informò dell’improvvisa e inattesa visita dell’amico di un tempo, il celebre musicista e filologo neoplatonico Stefano Catucci.

Pregai subito il mio fedele servitore di fare accomodare l’illustre ospite nel bel salotto stile impero, gentile e antica donazione alla nostra umile parrocchia degli scomparsi duchi di Colloredo. Non appena lo vidi oltrepassare la soglia lo abbracciai calorosamente, invitandolo poi a sedere sullo spazioso divano color beige e a raccontarmi le ultime vicende della sua movimentata esistenza. Egli con una vena di nostalgia ricordò innanzitutto l’occasione del nostro ultimo memorabile incontro, risalente a diversi anni addietro, quando passammo una lunga nottata insieme, riflettendo come da par nostro, naturalmente davanti ad un bottiglia di ottimo Yoghi-tea, su alcune delle più affascinanti etimologie di Isidoro di Siviglia.  Rinverdimmo poi quel felice periodo della nostra vita in cui, senza alcuna paura e timore reverenziale, trascorrevamo le nostre mattinate di studio in ardite disputiones teologiche con gli anziani padri gesuiti del seminario arcivescovile di Tubinga Ligure mentre nei pomeriggi, finalmente liberi dai negotia e dalle incombenze scolastiche, rincorrevamo gioiosamente scoiattoli e castori nei rigogliosi boschi che circondavano il monastero.

Ma, all’improvviso, Catucci si fece terribilmente serio. Il suo volto diventò d’un tratto attento e stranamente compunto. Lo conoscevo sin troppo bene per non comprendere che quel cambiamento d’umore non era dovuto a una forma di stanchezza o al suo bisogno inesausto di stupire a tutti i costi, ma che esso preludeva piuttosto allo svelamento del reale motivo della sua visita. In effetti, mi era parso da subito particolarmente curioso e sospetto che un uomo mondano come Stefano Catucci piombasse nella mia modesta parrocchia (e senza alcun preavviso!) proprio la sera della Vigilia. Doveva esserci qualcosa di importante sotto; oppure, come un insondabile istinto mi suggeriva (ma il solo pensiero mi dava i brividi), la visita dell’amico di un tempo era dovuta a motivi funesti e terribili.

Mentre mi perdevo in questi oscuri ragionamenti, quell’uomo formidabile, con una lentezza che mi parve sin troppo esibita e teatrale, estrasse dalla giacca un pacchetto di ridotte dimensioni, lanciandomelo tra le mani e invitandomi a verificarne il contenuto. Dentro l’involucro trovava posto un piccolo volume, consunto dalla dedizione dei lettori e dall’indifferenza del tempo, che recava sul frontespizio la semplice ma inequivocabile dicitura di Principia et documenta vitae cristianae. Mi alzai in piedi colto da un fremito di spavento. Respiravo a fatica. Dunque alla fine l’aveva trovato! Sul fondo della pagina l’anno di pubblicazione, 1733… non potevano esserci dubbi: si trattava proprio del manuale segreto del cardinale cistercense Joanne Bona. Lo sfogliai con ritegno misto a venerazione. Una goccia di sudore mi solcò il volto. Cercai subito la parte incriminata. Il passo di Giovanni (15, 19) veniva riportato nella sua interezza: «Si de mundo essetis, mundus, quod suum erat, diligeret: quia verò de mundo non estis, sed ego elegi vos de mundo, propterea odit vos mundus» (§. XLII – pag. 115). Il sagace commento del religioso trapelava già dal titolo del paragrafo: «Oportere Religiosum à mundo alienum esse». Continuai a leggere, mentre davanti a me il Catucci si accendeva con apparente noncuranza l’ennesima sigaretta: «Quo magìs autem à mundi actibus alienus fuerit, eò citiùs ad apicem perfectionis perveniet, & quò minus inter gentes versabitur, eò majori pace, & animi libertate fruetur» (pag. 117).

principiaNon andai oltre. Quello che avevo letto mi bastava. Il sangue mi era salito alla testa. La decisione a quel punto mi parve inevitabile. Terribile ma inevitabile. Richiusi l’esile volume e lo sistemai sul tavolino di fronte a me. Sorrisi all’amico d’un tempo mentre, estratto il rosario dalla tasca del talare, mi avvicinai a lui con malcelata trepidazione. Catucci avrebbe certamente fatto un uso sbagliato del Libro. Non avevo alternative.

La vista di quel volto implorante e deforme, mentre io stringevo il vecchio rosario attorno al collo pallido e madido di sudore, mi parve il segno più inequivocabile della sua colpevolezza. Certo, molti non comprenderanno il motivo di un gesto così perentorio, convinti che la mia decisione sia stata condizionata, più che dalla carità, dalla fede e dalla speranza, da profonde incertezze teologiche e da una grave forma di malattia mentale. E tuttavia, miei cari fratelli, credo di avere agito per il meglio, anche se, non lo nego, la morte di una persona straordinaria come Catucci è stata (per me più di chiunque, credetemi!) un colpo durissimo.

Per completare il racconto di quella malaugurata vigilia debbo soltanto aggiungere che poco prima di mezzanotte, coadiuvato da James, mentre la neve cadeva abbondante sul piccolo cimitero parrocchiale, diedi un’adeguata sepoltura a quel grande uomo, sistemando accanto al feretro (a mo’ di monito eterno) il petit livre che ne aveva inesorabilmente decretato la morte (la tumulazione, sia detto per inciso, è stata preceduta da un breve ma significativo rito funebre). Circa mezz’ora dopo ho celebrato regolarmente la messa che è risultata paradossalmente più frizzante del solito tanto che un paio di ragazze sono venute a complimentarsi per l’insolita verve della mia predica.

Ho ritenuto opportuno raccontare nella loro cruda verità questi fatti, non per vanità o per orgoglio personale, ma per un’interiore necessità che mi imponeva di rendere a tutti note le tristi circostanze della scomparsa di Catucci.

Questa dunque l’addolorata e difficile confessione di un uomo stanco e ormai giunto alla fine dei suoi giorni. So di avere agito con troppa impulsività e non potrò mai perdonarmelo.

Parce sepulto! Ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

Don Giorgio Facchetti

(Sacerdote emerito della parrocchia di Paolillo di Vigonza (PD) e vicario capitolare della città di Marano Isontino (GO)).

Verbale della riunione inaugurale (anno 1999) del Circolo Ippico dell’Olmo

Circolo Ippico dell’Olmo. Associazione culturale e filantropica che si propone di riflettere su temi etici e filosofici e, più in generale, sulle grandi questioni della contemporaneità (Grundfragen).

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Padova, 6 febbraio 1999. Ristorante pizzeria “Da Ciro”.

Il giorno 06 del mese di Febbraio dell’anno 1999, alle ore 20.40, nella saletta riservata del ristorante pizzeria “Da Ciro”, si è riunito il Comitato direttivo del Circolo Ippico dell’Olmo, dietro regolare convocazione del Presidente uscente, Antonio Donato, per discutere i seguenti argomenti posti all’ordine del giorno:

1) Riflessioni sulla società contemporanea

2) Commemorazione di Sergio Lombardosi

3) Elezione nuovo Presidente

Sono presenti i seguenti soci: Steve Vitella, Giovanni Catapano, Angelo Benoni, Stefano Catucci, Alberto Cecchella, Matteo Renzi, Antonio Donato, Enrico Minerva, Mario Vit, Antonio Covi, Luca De Biasio, Samuele Ave, Carlo Marzolo, Simone Sessolo, Luigi Faletti, Alfredo Romanelli, Francesco Gongolo, Alessandro Bortolussi.

I soci emeriti Davide Paolillo e Piero Tomaselli hanno presentato tramite posta raccomandata una regolare delega di sostituzione.

Dopo una cena frugale, proceduta dimessamente e senza apparenti sussulti o colpi di scena, alle 22 e 43 la riunione è stata aperta – secondo quanto previsto dall’o. d. g. – dal Presidente uscente, il filosofo aristotelico Antonio Donato che ha dedicato un bell’intervento sulla storia del Circolo ricordandola come un’istituzione che si è sempre contraddistinta per il suo carattere elitario e aristocratico e mai compromessa con il potere. Molto controverso e discusso invece il discorso del gesuita Padre Mario Vit che ha proposto una riflessione sulle radici ebraiche del Circolo ippico, che a suo avviso sarebbero state completamente tradite. A tal proposito il prelato ha polemicamente consegnato a ciascuno dei presenti un enigmatico volumetto fresco di stampa, Mary Ward, il dramma di una pioniera di Alfredo Lopez Amat. Quindi ha abbandonato in tutta fretta la riunione dirigendosi in un chiacchierato club competitor, il Lou Salomè di via San Francesco, per quelli che ha definito “impegni inderogabili”.

Il momento più intenso si è raggiunto alle 23 e 05 con lo struggente ricordo di Sergio Lombardosi (fondatore assieme a Giuseppe Marchet del nostro ominoso club ormai 75 anni fa), tenuto dal suo allievo e amico Alberto Cecchella, in occasione dei dieci anni dal giorno della sua inopinata scomparsa (6 febbraio 1989).

Con visibile commozione, Cecchella ha tracciato un breve profilo del suo grande e indimenticato maestro. Riportiamo uno stralcio particolarmente significativo della toccante commemorazione:

Quando l’amico Catucci mi telefonò qualche giorno fa, per chiedermi di ricordare, in questa cena inaugurale, l’avvocato Sergio Lombardosi a cui, sia detto per inciso, devo la riconoscenza di un allievo, non posso negare, cari amici, di avere provato una formidabile stretta al cuore. Chiamai allora la figlia Giulia, la diletta Giulia (come era solito appellarla lui), per chiederle un doveroso e prezioso consiglio: “non parlare, caro Alberto, del grande avvocato”, mi disse lei con un filo di voce “ma ricorda soprattutto il grande uomo”.

Dopo il discorso di Cecchella, che ha richiamato un po’ retoricamente i membri del gruppo alle proprie responsabilità, a partire dalle 23 e 44 si è svolta l’elezione del nuovo Presidente. Con una maggioranza relativa di 2 voti e con 7 astenuti è risultato sorprendentemente eletto il giovane Angelo Benoni, studente di ingegneria fuoricorso da molti anni e poeta dialettale alla bisogna che, nella dichiarazione rilasciata dopo l’ufficializzazione del risultato, ha espresso il desiderio di aprire il circolo anche alle donne, suscitando la disapprovazione generale.

L’assemblea si è conclusa con la relazione del professor Luciano Tajoli, esperto di cartografia e storia delle Idee, che ha proposto un’arguta riflessione sui rapporti sempre più stretti tra prostituzione, new age, gnosi e millenarismo e ha quindi coerentemente suggerito di chiudere la serata raggiungendo il transfuga Vit nel locale competitor poco distante intitolato alla grande Lou Salomè.

Esaurita l’analisi e la discussione di tutti i punti all’o.d.g., la seduta è sciolta alle ore 00 e 25.

Il Presidente

Angelo Benoni

Il Verbalizzatore

Stefano Catucci

Il triestino Stefano Catucci ha presentato a Cannes il suo documentario sul “cinema in-visibile” di Simone Lecca

di Paolo Seltreimi

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Il sabato della premiazione, mentre la nutrita folla di giornalisti, perdigiorno e accreditati vari ciondolava sulla Promenade de la Croisette dirigendosi alla chetichella verso il Palazzo del Cinema per contestare il verdetto della giuria, a causa di un fastidioso dolore intestinale, ero rimasto in hotel stravaccato sul letto, aspettando di seguire la cerimonia in televisione, essendomi prima premurato di comunicare alla direzione dell’albergo di non volere essere disturbato per nessun genere di motivo.

L’imprecazione è risultata quindi inevitabile quando una telefonata dalla reception mi ha informato che una persona piuttosto distinta mi aspettava nella hall con una comunicazione urgente da darmi. Pur seccato, mi sono vestito in tutta fretta e sono sceso al piano di sotto per verificare chi potesse essere lo scocciatore di turno. Ho provato un moto di incredulità misto a una fiammata di nostalgia, quando ho riconosciuto, seduto su un comodo divanetto nella sala d’aspetto dell’albergo e intento a consumare un aromaticissimo cubano, il volto scuro e imperturbabile del musicologo, cineasta e filologo triestino Stefano Catucci.

Il nome di Stefano Catucci non necessita evidentemente di alcuna presentazione per chi abbia qualche familiarità con il cinema underground e, più in generale, con tutto con ciò che riguarda la sperimentazione legata al mondo dell’immagine digitale, “permanentemente in movimento” – per usare le sue stesse parole – “su quel sottile confine che separa la cibernetica e la robotica dalla filologia romanza” (frase che non ho mai compreso ma che restituisce indubbiamente tutta la potenza immaginifica del suo pensiero). Insegnante, informatico, critico militante, regista; controverso e sempre anticonvenzionale, per ricordare la sua grandezza basterà ricordare quanto di lui ebbe a dire il grande Rainer Werner Fassbinder, dopo aver assistito alla prima de Il postulato del delirio (1972), opera prima di Catucci e film manifesto della nouvelle vague triestina: «Solange wir nicht denkend erfahren, was ist, können wir nie dem gehören, was Sein wird».

Stefano, con una trepidazione e un entusiasmo di cui non lo ricordavo capace, mi ha pregato di seguirlo in una casa privata nel centro cittadino dove, ha argomentato, avrei assistito, insieme a pochi altri privilegiati, a un evento che avrebbe – sue testuali parole – dato finalmente un senso e una decorosa giustificazione giornalistica alla mia presenza di cronista di cose cinematografiche al Festival di Cannes, altrimenti, a suo dire, completamente inutile. Magna est veritas et provalebit, aggiunse con la sua proverbiale enigmaticità.

A poco è valso ricordargli che la mia redazione voleva avere notizie sul palmares del Festival e non sui soliti eventi di controinformazione o sull’ennesima proiezione in una saletta con qualche sparuto spettatore del misconosciuto autore di turno, coreano o yemenita che fosse (Stefano Catucci, com’è noto, è un grande sostenitore delle cinematografie minori oltre che un regista decisamente orientato politicamente). Ma l’amico di mille leggendari cineforum in festival e rassegne di mezzo mondo non ha voluto sentire ragioni e mi ha letteralmente trascinato con sé, spegnendo in tutta fretta il sigaro nella sputacchiera della hall.

Fu dunque proprio in quella memorabile circostanza che entrai in contatto per la prima volta con il cinema del regista sardo Simone Lecca (1930-2002), assistendo alla proiezione del documentario realizzato dallo stesso Catucci (in collaborazione con il friulano Piero Tomaselli) su quello che per me sino a quel momento risultava essere uno perfetto sconosciuto, ma che in seguito a quella serata è diventato una vera e propria ossessione.

Col senno di poi mi pare scandaloso e incomprensibile (oltre che paradossale!) che le istituzioni italiane non abbiano ancora dedicato neppure un’iniziativa alla memoria di Simone Lecca (di cui quest’anno ricorrono i quindici anni dalla morte) e che debba essere proprio un triestino, seppure sui generis e fuori dagli schemi come Catucci, a ricordare al colto pubblico francese uno dei registi più straordinari della storia della settima arte, il Werner Herzog di Sarrabus, come lo ha definito lo stesso Catucci.

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È sempre particolarmente emozionante ri-scoprire un autore che, per quanto negletto e misconosciuto, risulta essere (stato) fondamentale per la storia del cinema e di cui non si è (ancora) visto nulla. È un po’ come guardare per la prima volta un film di Hitchcock che per qualche ragione non siamo mai riusciti a vedere, o riconoscere, durante un distratto ascolto radiofonico, un Divertimento di Mozart che sembra emergere all’improvviso dai recessi iperuranici della memoria.

Per tutto il secondo dopoguerra sino agli ultimi anni del millennio appena trascorso, Simone Lecca fu nella vita artistica e culturale italiana una figura eminente ma anche difficile da definire e collocare per la molteplicità dei ruoli assunti. Gentiluomo per nascita ma anche signore per comportamenti (una qualità che in tempi di sfilacciata moralità distingue più che un titolo accademico), fu attore, fotografo, regista, pittore ma soprattutto straordinario precursore della video arte e della sperimentazione cinematografica, paragonabile in questo senso a figure più note, anche se molto diverse tra di loro, come Zbig Rybczynski, Robert Cahen o Christian Boltanski. Un vero antesignano del cinema minimalista di matrice elettronica che poi avrebbe imperversato nei decenni successivi.

Nonostante questo, per molto tempo il nome di Simone Lecca è caduto nell’anonimato e nell’indifferenza più generale, basti dire che, anche in Francia – fino a oggi –, non gli era mai stata dedicata una retrospettiva né era stata tentata una valida riflessione critica sulla sua opera (il suo nome non compare neppure in margine nei vari Morandini-Mereghetti – dizionari del cinema (inter)nazional-mainstream!).

A tale ingiustizia ha posto rimedio proprio il bel documentario di Catucci che, ripercorrendo le tappe più significative del suo percorso umano e artistico – dalle umili origini sarde ai riflettori di Cinecittà e di Hollywood, fino all’oblio della critica e dell’opinione pubblica, con la morte che lo ha colto quindici anni fa in un palazzone della periferia romana, dove viveva solo e dimenticato da tutti –, restituisce al geniale autore sardo una parte almeno di quel che merita, anche attraverso le testimonianze di una serie di cineasti e intellettuali che gli sono stati vicini (da Moni Ovadia a Carlo Lizzani, da Valery Swarobinsky a Luigi Di Gianni, Daniele Pettinari, Pierre Bazieh e Giuliano Montaldo) e a una documentazione biofilmografica molto ricca e filologicamente rigorosa.

Il titolo (volutamente ironico) fa riferimento a una considerazione di Enrico Ghezzi, uno dei pochi critici italiani ad avergli dedicato uno studio serio e ad averne compreso il genio in anticipo sui tempi che, proprio nel documentario di Catucci & Tomaselli, parla di Simone Lecca come uno dei più grandi registi invisibili della storia del cinema. Invisibile perché poco conosciuto dal (grande) pubblico ma, più originariamente, perché ha saputo mettere a tema nella sua opera la trasparenza e l’invisibilità che è il darsi/sottrarsi stesso dell’immagine filmica, quello sguardo, già da subito ulteriore a se stesso, che è ontologicamente eccedente (al)la nostra capacità di visione e di comprensione.

La complessità e l’inattualità di Lecca, formidabile promotore di un cinema clamorosamente all’avanguardia per i tempi, poco compromesso con le istituzioni e mai desideroso di raggiungere – per filosofia artistica – le luci della ribalta, ne hanno fatto per troppo tempo un autore misconosciuto in patria e che oggi deve essere doverosamente riscoperto.

Grazie allora Stefano, per questo encomiabile lavoro di critica militante e di appassionata testimonianza storico-cinematografica che, anche se ignorato dalle istituzioni e dall’intellighenzia ufficiale (o forse proprio per questo!), ha l’indiscutibile merito di divulgare il cinema di un autore così difficile e insidioso con cautela e rispetto che, di questi tempi, non è poca cosa.