La storica sentenza del Tribunale di La Spezia sulla rettifica del sesso anagrafico di un ragazzino di 13 anni
La vicenda del ragazzo nato biologicamente femmina al quale è stato rettificato il sesso anagrafico con una sentenza che ha fatto molto discutere mi sembra interessante almeno per due ordini di ragioni.
In primis, si tratta della persona più giovane in Italia ad aver ottenuto la rettifica del genere anagrafico, e la decisione del Tribunale di La Spezia rischia di aprire delle praterie, facendo di fatto giurisprudenza. Il minore ha iniziato un complesso e costoso percorso medico e legale già nel 2021, a soli nove anni: gli è stata somministrata una terapia farmacologica a base di triptorelina per bloccare la pubertà e impedire la crescita dei caratteri sessuali secondari (sviluppo delle ghiandole mammarie, allargamento del bacino, comparsa di peli pubici e ascellari, ecc.).
Trattandosi di cure ormonali che spesso preludono a interventi chirurgici irreversibili, siamo di fronte a un percorso lungo, invasivo e particolarmente oneroso.
Ed è qui che sorge una prima domanda cruciale:
chi paga?
Il Servizio Sanitario Nazionale o il privato?
E se paga il pubblico a quali comparti si dovranno sottrarre risorse, visto che il fenomeno è in significativa crescita e che la coperta del welfare è sempre più corta, anche in conseguenza delle folli politiche belliciste dell’Unione Europea?
Disabili? Pensionati? Precari della scuola?
Si consideri che un iter di transizione completo può venire a costare ben oltre i 100.000 euro.
Nel caso del ragazzo oggetto della sentenza del Tribunale di La Spezia, tutto lascia intendere che la famiglia abbia sostenuto direttamente le spese, potendosi permettere un avvocato specializzato in disforia di genere, numerose visite specialistiche e terapie farmacologiche continuative.
Va da sé che i costi maggiori saranno quelli chirurgici che il giovane potrà affrontare soltanto al compimento della maggiore età.
Sarebbe però auspicabile che le regole e le possibilità di accesso ai servizi fossero le stesse per tutti e che la fruizione di tali percorsi non dipendesse dal reddito familiare, dal governo in carica o dalla visione del mondo del singolo giudice. Ma al momento il quadro normativo appare tutt’altro che chiaro e uniforme.

In secondo luogo, la questione giuridica.
Molti – comprensibilmente – obiettano: com’è possibile che un tredicenne non possa fumare, guidare un motorino, farsi un tatuaggio o uscire senza il consenso dei genitori, ma possa “cambiare sesso”?
In realtà, la decisione non è stata presa dal bambino, bensì, come è ovvio, dai genitori, suoi unici tutori legali. Il minore di 14 anni è infatti considerato per legge incapace di intendere e volere.
Ma qui si apre un ulteriore problema: i genitori possono sbagliarsi. Possono proiettare sul figlio aspettative, convinzioni, bias cognitivi, o schemi sociali frutto della temperie culturale in corso e/o del loro orientamento politico e morale (che non coinciderà necessariamente e auspicabilmente con quello del figlio).
E inoltre: è lecito che dei genitori prendano una decisione così enorme sul futuro del figlio?
Il dubbio, credo legittimo, è che si stia applicando un modello ideologico non troppo dissimile da quello del battesimo, con l’aggravante che in questo caso il processo non è simbolico ma fisico e potenzialmente irreversibile.
Un tredicenne, per definizione giuridica, non è ritenuto capace di autodeterminarsi e, per definizione esistenziale, cambia idea e visione del mondo a ogni piè sospinto: alzi la mano chi di noi non ha attraversato una profonda crisi identitaria (anche sessuale) tra i dodici e i quattordici anni…
Se l’anagrafe dovesse intervenire ogni volta che un tredicenne entra in crisi il sistema informatico del Paese rischierebbe seriamente di andare in tilt.
Facebook, tramite il suo osservatorio Diversity, ha introdotto la possibilità di scegliere tra circa sessanta identità di genere, che diventano oltre quattrocento se si considerano le combinazioni possibili. Si va dal transgender maschio al cisgender donna, dal gender fluid al gender non conforme, dall’agender al bigender.
Ma siamo davvero sicuri che questa tendenza occidentale alla tassonomia, alla certificazione e alla classificazione — questo bisogno di vedersi riconosciute ex lege specificità fisiche, psicologiche, religiose o sessuali — abbia a che fare soltanto con la sacrosanta battaglia per i diritti civili?
In questa profilazione incessante, in questa esigenza di collocare ciascuno di noi in uno specifico slot esistenziale (bianco, caucasico, transgender, discalculico, liberal, tossicodipendente, agnostico, ecc.), io vedo soprattutto un meccanismo splendidamente funzionale al sistema capitalistico nell’era di Amazon e del liberismo algoritmico: un dispositivo capace di ri-orientare abitudini e comportamenti a partire da predilizioni, dati, informazioni, desideri che noi stessi forniamo in continuazione al sistema, alimentandone le contraddizioni, le dipendenze patologiche e le derive schizofreniche.
Però in parte concordo con la sentenza. Bloccare gli ormoni prima che essi possano causare danni che porteranno alla disforia e alla dismorfia. Se l’individuo è convinto e si comporta dal sesso opposto da sempre. Perché non semplificare la vita?
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