Intorno al libro: “Suspense! Il cinema della possibilità”

cantone-tomaselliTutti sappiamo a cosa ci si riferisce quando si parla di un film o di un libro di suspense ma, non appena proviamo a spingerci un po’ più in là del suo mero funzionamento tecnico-narrativo, ci accorgiamo che essa è particolarmente refrattaria all’ingabbiamento concettuale: a ben guardare stentiamo ad afferrarne compiutamente il significato e non riusciamo a comprenderne appieno il modus operandi. Si potrebbe addirittura sostenere della suspense quello che Agostino diceva a proposito del tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”. Ecco che allora, sebbene da un punto di vista fruitivo/spettatoriale la suspense sia qualcosa di apparentemente molto semplice (una strategia narrativa che differisce il raggiungimento di alcuni risultati mantenendo il pubblico col fiato sospeso), a un’analisi più approfondita, essa risulta un oggetto ben più sfuggente e opaco, privo di chiari appigli teorico-concettuali che ci consentano di valutarlo nei suoi tratti distintivi e di stabilire quale sia il suo specifico ubi consistam.

In effetti, pur essendo la suspense una materia molto popolare, manca a tutt’oggi uno studio che si occupi delle implicazioni teoriche (filosofiche, narratologiche, psicologiche) del suo funzionamento. La maggior parte delle analisi sull’argomento (quasi tutte di area anglosassone) sospende il giudizio rispetto a quale sia lo statuto, per così dire ontologico, del dispositivo della suspense: generalmente, e a seconda della convenienza, si oscilla tra una concezione “retorica” (la suspense è quel procedimento che permette di coinvolgere il lettore/spettatore e di mantenerlo ad libitum sotto scacco) e una concezione “psicologista” (la suspense è quello stato emotivo che si genera nel lettore/spettatore di fronte a un certo genere di narrazioni che sospendono il normale corso della storia). In questo modo tuttavia si finisce per rimpallarsi continuamente tra i due piani, raddoppiando il problema anziché affrontandolo nella sua specificità.

L’idea di Cantone e Tomaselli è che la suspense trovi nel medium audiovisivo (nel cinema, ma anche nella serialità televisiva e nel videogame) il suo terreno più fertile proprio perché l’immagine in movimento la declina in una sua specifica forma storico-ermeneutica, relativa ai diversi ambiti mediatico-culturali nei quali essa si esercita: la suspense si sviluppa e si sostanzia più a partire dalla peculiare dimensione esistenziale e storica del soggetto-spettatore che attraverso le tecniche diegetico-narrative utilizzate per metterla in funzione.

Nel compiere la loro indagine, persuasi che una buona teoria non possa prescindere dalla componente fattuale del cinema, i due autori hanno analizzato un corpus eterogeneo di circa 1000 film e li hanno considerati “sub specie suspense”, individuando 30 Stimmungen narrative, figure catalizzatrici e acceleratrici di suspense nella misura in cui riescono a innescare un feedback/transfert esistenziale con lo spettatore. Per ciascuna Stimmung è stata poi redatta una scheda di analisi che tiene conto delle modalità peculiari in cui la suspense viene declinata e dei principali strumenti narrativi e diegetici utilizzati per svilupparla e sostenerla. Il ventaglio dei film analizzati è molto ampio e spazia da Lynch a Cronenberg, da Antonioni a Bong, da Tsukamoto a Carpenter, da Jarmush a De Palma (solo per citare alcuni dei nomi principali).

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