Capitani coraggiosi

SalRa

“Sbruffoncella, professionista della bontà, puttana, cagna, lurida troia”.
Ma davvero ci siamo ridotti a questo? Cosa stiamo diventando?
Comunque la si pensi Carola è una donna enormemente coraggiosa.
E sì, certo, la sua è (stata) anche una provocazione, un gesto politico, un’esortazione a ciascuno di noi a farsi carico delle proprie responsabilità.
Il suo non è solo il conflitto di Antigone. 
Perché è ovvio che le leggi possono essere ingiuste in quanto (mere) convenzioni umane.
Ma qui non si tratta solo di legge o di legalità.
Chi paragona questa vicenda al tizio che con la sua auto non si ferma al posto di blocco mostra tutto il suo deformante e aberrante carico ideologico.
Chi si presenta con crocifissi e rosari e poi mostra di non avere mai letto una riga dei Vangeli meriterebbe di essere scomunicato urbi et orbi.
L’ipocrisia di Conte, Salvini e Di Maio che condannano brutalmente la radical chic Carola Rackete, quando il loro ministro, nelle tracce della maturità, ha chiesto ai nostri studenti una riflessione sul milionario Gino Bartali, Giusto tra le nazioni, che salvò centinaia di ebrei dalle persecuzioni nazi-fasciste, è semplicemente disgustosa.
Gino Bartali, Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Dietrich Bonhoeffer.
Tutti ricchi borghesi radical chic.
Siate coerenti.
Abolite il Giorno della Memoria e stralciate la Costituzione che all’articolo 2 recita, riferendosi a TUTTI gli uomini e NON SOLO ai cittadini italiani:
«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

8 settembre 1943 – 25 aprile 1945

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Nessuno dovrebbe dimenticare che la Liberazione del 25 aprile 1945 ebbe inizio all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’INFAME re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia, lo stesso che 21 anni prima aveva incaricato Mussolini – subito dopo la marcia su Roma – di formare un nuovo governo, si diede vigliaccamente alla fuga portandosi dietro l’intero stato maggiore e lasciando una nazione già fortemente provata nel caos più totale, senza fornire uno straccio di indicazione all’esercito, che insistentemente chiedeva direttive al comando supremo ricevendo solo risposte ambigue e dilatorie.
Così come mio nonno Vittorio Tomaselli, Capitano degli alpini e disperso in Russia, tanti soldati italiani impegnati sui vari fronti all’estero non furono informati dell’armistizio venendo esposti, tra le altre cose, al rischio di rappresaglie.
Sempre viva la Resistenza, i partigiani e i liberatori americani ma non dimentichiamoci che per buona parte dei 20 anni di governo i fascisti, con il placet dei Savoia, godettero di consensi bulgari e che, se l’Italia non avesse partecipato alla Seconda Guerra Mondiale (come peraltro avrebbe voluto Mussolini), chissà quanto ancora sarebbe durato quel regime terrificante basato cionondimeno – non possiamo/dobbiamo negarlo – su una diffusissima simpatia popolare (almeno fino a quando le cose non cominciarono ad andare male).
Del resto i fascisti sono stati decine di milioni.
I partigiani qualche centinaia di migliaia.
Se non teniamo conto di questa sperequazione è difficile capire qualcosa dell’Italia contemporanea.

Il Capitano e la vertigine della lista

Madamina: il catalogo è questo!

Eco

Uno degli aspetti più perversi e affascinanti dello storytelling salviniano è l’utilizzo costante e pervasivo di liste di nomi.

In tutti – ma proprio tutti – i suoi interventi a un certo punto salta fuori una lista che viene declinata:

1) – Al neutro (o a focalizzazione zero), quando Salvini elenca – ad mentula canis – gruppi di nomi senza un apparente criterio di intelligibilità, prestando più attenzione all’eufonia e alla metrica che al reale motivo per cui sta pronunciando quelle parole.

2) – Al positivo, come ad esempio quando il Capitano dice “perché io non mi rivolgo ai professoroni e ai politici di Bruxelles, ma alla casalinga Mirella a cui ho stretto la mano ieri a Trento, a nonno Paolo che non riesce ad arrivare alla fine del mese, al piccolo Luca, a tutte le brave persone di Cinisello Balsamo ma anche a tutti i calabresi, i siciliani, i romani onesti, etc”.

3) – O, più spesso, al negativo: “e allora, con buona pace dei Saviano, dei Gino Strada, della Boldrini, dei magistrati che mi inquisiscono, di Renzi e del PD, dei burocrati di Bruxelles, dei tecnocrati, dei banchieri, beh, se voi ci siete amici, io non mollo e vado avanti”.

Come nota Umberto Eco, ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite, come la lista di tutti i libri di una biblioteca.

Ma ce ne sono altre che vogliono suggerire grandezze innumerabili e che si arrestano incomplete ai confini dell’indefinito.

Gli elenchi in-definiti di Salvini sono insieme liste di proscrizione (che indicano i nemici che il suo popolo deve combattere) e liste di aggregazione (che servono a creare collante e strategie di inclusione tra le varie tipologie sociali/culturali comprese nella lista).

Quando infine, nelle sue liste sterminate, il Capitano arriva al punto (e ci arriva sempre) in cui ringrazia il BUON DIO (!), noi tutti dovremmo pregare (il buon Dio) affinché il Papa, come nei tempi gloriosi che furono, lo scomunichi platealmente urbi et orbi.

A dirla tutta, le parole “Salvini” e “Dio” non dovrebbero neppure stare nella stessa frase.

Avanti Savona

#Impeachment? Stavo a scherzà…

Fermo restando l’evidente pretestuosità dell’insistenza su Savona di Salvini/Di Maio, chiaramente finalizzata a far saltare il tavolo e tornare alle urne incolpando del proprio fallimento il Presidente della Repubblica, faccio sommessamente notare che:

1. Stando alle stesse dichiarazioni dei diretti interessati, fino a poche settimane né Salvini né, tantomeno, Di Maio sapevano chi era e che tesi sostenesse Paolo Savona, uomo dell’establishment e della kasta come pochi, una carriera in Banca d’Italia con Guido Carli, attivo da sempre in Confindustria ed ex presidente del consiglio di amministrazione di banche e varie società italiane. Coerentemente con il loro proverbiale pressappochismo culturale i due non hanno, ça va sans dire, mai letto una riga dei suoi libri.

2. Paolo Savona è un economista di 82 anni che ha più volte paragonato la politica economica della Germania della Merkel al Terzo Reich di Hitler e sostenuto la ormai celebre tesi del Piano B che, a quanto pare, prevede, in un perfetto stile massonico/piduista, l’uscita dall’euro a totale insaputa dell’opinione pubblica, in quanto la sua divulgazione anche parziale potrebbe pregiudicare la sua efficacia operativa.

3. Dopo avere individuato come presidente del consiglio un millantatore e perfetto sconosciuto non eletto da nessuno, dopo avere affermato in varie interviste che “è il Presidente della Repubblica ad avallare/confermare la scelta dei ministri”, dopo avere chiesto l’impeachment per alto tradimento della Costituzione per aver posto il veto su Savona che fino a un mese prima non sapeva manco chi fosse, ora Di Maio – che nel frattempo ha forse almeno sfogliato qualche testo di Savona – si rimangia tutto e si dice pronto a collaborare con il Colle.

Amici 5 stelle e della Lega, ma siete proprio sicuri della sanità mentale, della competenza politica e/o della tanto sbandierata onestà dei vostri leader?!?

Bullismi

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Dopo aver visto il video del bullo di Lucca che oltraggia in maniera indecorosa il suo docente e aver letto diversi articoli e discussioni a riguardo, mi interrogo su una delle contraddizioni più ipocrite e schizofreniche della scuola italiana:
che senso ha organizzare i corsi di educazione alla legalità, la memoria di Falcone e Borsellino, le giornate del ricordo e tante altre encomiabili iniziative, quando in molte scuole italiane, se si verificano dei reati (furti, ingiurie, bullismo e violenze di vario genere), i primi a non voler denunciare all’autorità competente (e quindi a non rispettare la legge) – e lo dico per esperienza personale – sono, molto spesso, proprio gli insegnanti?!?
L’argomento che ho ascoltato più di frequente è quello per cui il docente rivendica di voler essere innanzitutto un educatore e non un (infame) inquisitore “perché gli studenti non vanno criminalizzati ma educati”…
Fermo restando che la legge italiana obbliga il pubblico ufficiale che, nello svolgimento del suo incarico è testimone o viene a conoscenza di comportamenti che configurino ipotesi di reato, a riferire all’autorità giudiziaria, mi domando:
– ma quelli che ritengono che sia meglio non denunciare perché dietro a uno studente che compie un gesto come quello del bullo di Lucca ci sta probabilmente una storia familiare complicata e che il ragazzo vada compreso, ascoltato e non criminalizzato, avrebbero lo stesso scrupolo e farebbero la stessa sofisticata riflessione davanti a uno stupro o anche, più prosaicamente, al giovanissimo zingaro che ti ruba l’automobile?
– E soprattutto: ma siamo sicuri di aiutarli veramente questi ragazzi insegnandoli sin da subito la pratica dell’omertà e iper-proteggendoli da tutto e da tutti?

Brr…izzi

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Continuo a leggere commenti sulla vicenda Weinstein/Brizzi di registi, critici e personaggi pubblici che lamentano, con particolare riferimento ai servizi-denuncia de “Le iene”, il rischio della gogna mediatica e la barbarie dei processi sommari, laddove ci sono delle sedi deputate alle dispute giudiziarie e, se si ritiene di avere subito un torto/reato, bisogna andare in procura e denunciare.

Ma se un cittadino, ad esempio, avesse subito un episodio di malasanità e volesse rivalersi sul medico e/o sulla struttura ospedaliera che gli ha procurato un danno fisico, dovrebbe limitarsi alla denuncia giudiziaria o non sarebbe più conveniente ed efficace se informasse ANCHE l’opinione pubblica utilizzando tutti i mezzi (leciti) a sua disposizione? Le lettere sul giornale e la polemica giornalistica che ne potrebbe scaturire non lo aiuterebbero a trovare sostegno e risorse per portare avanti la sua causa e magari anche a vincerla?
Limitarsi ad adire le vie legali significherà nel 99% dei casi intraprendere un percorso lunghissimo e molto costoso e in cui non necessariamente la verità processuale risulterà corrispondere a quanto realmente successo.
Questo lo sappiamo tutti.

Il fatto che 10 ragazze diverse e che non si conoscono tra di loro sostengano di essere state molestate da Brizzi e che l’interessato non abbia in alcun modo smentito tali circostanze mi sembra sufficientemente eloquente. Non c’è bisogno della sentenza di un giudice (che spero arrivi comunque) per avere contezza del fatto che Brizzi sia un porco indifendibile e, soprattutto, che abbia abusato in maniera indegna del suo potere e della sua posizione di privilegio.
Un sistema che delega ogni problema sociale alla magistratura è un sistema malato, che di fatto non garantisce i diritti di nessuno.
E, d’altra parte, è soltanto partecipando e alimentando il dibattito pubblico che il legislatore, intercettando il cambiamento dei codici etici e delle abitudini morali, può decidersi a mettere mano ai riferimenti normativi e a modificare leggi anacronistiche o ingiuste (come l’articolo del codice penale che prevede che si abbiano solo 6 mesi di tempo per querelare una persona per stupro).

Dunkirk e la regina

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Su Dunkirk non so bene come esprimermi né ho capito se mi sia piaciuto o meno; di certo però la sua visione mi ha sollecitato una riflessione. Il modo apparentemente neutro, documentaristico e anodino con il quale Nolan tratta il celebre episodio della seconda guerra mondiale nasconde e insieme esplicita ideologicamente (e su questo ha ragione Fofi per cui Dunkirk è il film manifesto della Brexit) la vexata quaestio del punto di vista e della focalizzazione nel cinema che ha raccontato (in tempo reale) la seconda guerra:
che ruolo ha giocato lo storytelling cinematografico nella catechizzazione/sensibilizzazione ideologica dell’opinione pubblica mondiale e dunque nell’accelerazione della risoluzione del conflitto?
Hollywood dal 1937 in poi centuplica la produzione di film bellici – dal 1942 al 1945 sono oltre 500 – (quasi) tutti narrativamente polarizzati, con i nazisti cattivoni da una parte e gli americani buoni padri di famiglia pronti a sacrificarsi per la pace nel mondo dall’altra.
Quando l’establishment americano capisce che Hitler e il suo regime, con cui fino a quel momento aveva intrattenuto buoni rapporti, sono diventanti un problema per l’economia statunitense, Roosevelt e l’industria bellica cominciano a sommergere di dollari gli studios chiedendo anche ai grandi registi (poco importa se democratici o repubblicani) di rispettare il decalogo contenuto nel “manuale informativo del governo per l’industria cinematografica” e che in sostanza si riassumeva nel primo, elementare requisito: “questo film ci aiuterà a vincere la guerra?”.
La mossa più clamorosa di questa battaglia ideologica giocata a suon di messaggi subliminali e di de-costruzione degli immaginari la compie Walt Disney (di cui sia Hitler che Goebbels erano grandi ammiratori) dando alla regina cattiva persecutrice dell’eroina pop Biancaneve il volto e le sembianze di una delle icone più note del pangermanismo, Uta di Ballenstedt, margravia di Meissen, quintessenza dello spirito teutonico, rendendo così un simbolo positivo della storia tedesca l’archetipo del male (assoluto) cinematografico.

reginauta

Trump-l’œil

E se all’opera ci fosse l’hegeliana “astuzia della ragione” che permetterà all’America di ricompattarsi sui propri valori fondativi? E se Trump non fosse che una tappa, terribile ma necessaria, di un lungo e faticoso percorso di salvazione e di libertà?

E se l’elezione di Trump facesse parte di un oscuro piano (ordito da qualche ineffabile organizzazione filo governativa) che consentirà finalmente al mondo di comprendere, quasi per eterogenesi dei fini, il valore della vita e delle diversità? E se Trump fosse stato messo lì a bella posta proprio per smascherare l’ideologia sottesa alla società dello spettacolo e le sue inaccettabili contraddizioni con il più clamoroso dei détournements debordiani?

No, in effetti non credo…