The Last of Us 2: overlapping videoludici

“Ma dove cresce il pericolo, là cresce anche ciò che salva”

Ė un romanzo gnostico, con rimandi esoterici alla qabbaláh e alla cultura ebraica.
È un racconto di formazione in cui, come nel primo capitolo della saga, viviamo e trepidiamo per le sorti di Ellie con un livello di empatia e identificazione mai visto in un titolo per console.
Le scelte strategiche – ma anche esistenziali – che ci troviamo a condividere con Ellie e Abby finiscono per mettere in discussione (anche) la nostra visione del mondo, trasportandoci in un altrove di cui non sospettavamo neppure l’esistenza.
Naughty Dog ha realizzato un capolavoro videoludico coinvolgente e appassionante con una maestria tecnica impressionante, che ci racconta la nostra epoca di confinamento sociale ed emotivo meglio di quanto riesca a fare qualsiasi altro medium, mostrando la vocazione sempre più politica del videogioco contemporaneo.

E, quando meno te l’aspetti, The Last of of Us 2 fa quello che non avevamo preventivato. Cambia la prospettiva. Mostra l’alterità radicale e la dignità umana e morale dell’altro punto di vista, quello di coloro che prima di quel momento erano soltanto i “nemici” da eliminare, pure e semplici funzioni narrative senza una specifica identità e senza alcun apparente movente esistenziale.
E allora The Last of Us 2 è, soprattutto, un percorso di elaborazione del lutto e del dolore di abbacinante bellezza che ci rivela la complessità e la contraddittorietà del mondo virtuale/reale che abitiamo, dal quale non possiamo uscire che radicalmente trasformati, come in ogni narrazione gnostica che si rispetti.

 

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