WandaVision

I capostipiti aprono la strada che poi tutti percorreranno.

Hitchcock presenta (1955), The Twilight Zone (1959), Twin Peaks (1990), Lost (2004).

WandaVision” è una serie capotistipite? Lo sapremo soltanto tra qualche anno ma di certo è uno straordinario e raffinatissimo laboratorio narratologico, pur con i limiti imposti dall’orizzonte di genere e dall’immaginario della Marvel.

Come nell’Icaro involato di Raymond Queneau, l’idea dei personaggi finzionali di una sit-com anni ’50/‘60 che prendono vita e acquistano consapevolezza di sé viene portata avanti e raccontata con una grazia, un decoro e un’attenzione di messa in scena davvero commoventi.

E poi la “Plato’s Cave“, i multiversi, gli spostamenti di POV, la tecnologia vintage, i significanti e i format, l’unrealiable narrator, le anacronie e i timelock e tutto il magico campionario di tools e tricks dello sceneggiatore/cineasta alchimista, come nella meravigliosa scena dello spettacolino di magia, omaggio esplicito a Bogdanovich e al bel cinema in b/n di una volta.

Perché “WandaVision” è appunto una strepitosa fucina narratologica che, con i suoi alambicchi diegetici e le sue provette distopiche e ucroniche, intende sperimentare nuove soluzioni narrative, formali e linguistiche. E quando si sperimenta magari si commettono degli errori ma si rischia anche di inaugurare direzioni cine-seriali non ancora percorse.

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